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lunedì 19 giugno 2017

Recensione "I cento ritratti" di Francesco Montori



Recensione “I cento ritratti” 
di Francesco Montori
A cura di Giulia De Nuccio


Quanti di noi non hanno mai sognato di essere qualcun altro? Oppure hanno desiderato di essere nei panni di qualcun altro o di qualcos'altro per percorrere una strada più semplice. Mi viene in mente una frase tipica di chi soffre per le difficoltà della vita: “Vorrei un giorno rinascere gatto, così posso pensare solo a mangiare, dormire e giocare!”. 

Ogni giorno indossiamo maschere diverse, quella del lavoratore speciale, del genitore, oppure della persona con senso civico; cerchiamo sempre di avere un “ritratto” personale che ci rappresenti. Vediamo il mondo sotto punti di vista differenti a seconda del luogo dove viviamo, di chi siamo e con chi ci rapportiamo; sono le sfaccettature della vita che ci portano ad essere sempre persone diverse.



Con grande entusiasmo ho deciso di leggere “I cento ritratti” (auto-pubblicazione) di Francesco Montori che la Nativi digitali edizioni mi ha gentilmente inviato. 
Francesco è un autore bolognese che spazia dalla recitazione alla scrittura. Questo è il suo primo libro e ha deciso di farlo proprio come se fosse una piccola sceneggiatura teatrale. Quando l’ho letto ho immaginato le varie situazioni e ho pensato proprio al palco di un teatro, luogo che conosco abbastanza bene e mi è caro...

Si tratta di un libro composto da cento racconti tutti diversi fra loro, nella trama, nei protagonisti e nel tempo. La particolarità è che cambia spesso anche lo stile di scrittura, nonostante l’autore sia sempre il medesimo. Ci sono storie dove il protagonista è uno zaino, un cinghiale, un bambino, un adolescente scapestrato, una donna, un uomo;  insomma sono racconti scritti da svariati punti di vista, la linea sottile che li unisce però è sempre una particolare atmosfera tragico-comica che non si spezza mai.
Ci troviamo di fronte ad un piccolo spazio dove la realtà si fonde con la fantasia, dove i cinghiali riflettono sulla parola “fiancata”, poi si torna alla realtà con un universitario orgoglioso che non vuole prendere 18... Insomma è un mondo “onirico” dove tutti hanno il loro momento di vita senza alcuna distinzione di genere.

Come prima esperienza di scrittura è sicuramente interessante. Mi ricorda il famoso libro che viene utilizzato dall’attore in erba per fare i primi passi nel campo teatrale, ovvero “Esercizi di stile”di Raymond Queneau (in questo testo si racconta la stessa scena ambientata su un autobus in novantanove modi diversi).
I cento ritratti” è una sorta di esercizio di stile, dove i personaggi però sono diversi fra loro senza nessun collegamento se non le situazioni tragico-comiche in cui spesso si ritrovano.  A mio parere sarebbe stato meglio ridurre la quantità di racconti e trovare un filo conduttore più preciso tra le varie storie.

Che dire ancora?  La fantasia non deve mai essere sottovalutata, a volte potrebbe superare la realtà.

Un saluto “fantasioso” a tutti.

La vostra blogger,

Giulia


venerdì 28 aprile 2017

Recensione "La Notte dei desideri" di Federico Toninelli edito da "Nativi Digitali Edizioni"

Recensione “La notte dei desideri” di Federico Toninelli
Edito da “Nativi Digitali Edizioni”
A cura di Giulia De Nuccio


Quante notti sotto un cielo stellato siamo stati con il naso all'insù nella speranza di vedere una piccola scia di una stella cadente e abbiamo espresso un desiderio nella speranza di vedere il mondo meno nero?

Se ci fosse un contenitore per i desideri di tutti sarebbe forse l’apocalisse, un mondo fatto di libero arbitrio puro senza alcuna regola sociale, ma forse risulterebbe anche senza gabbie e vicoli dentro i quali spesso le nostre vite si infilano.

Tuttavia se per una sola notte, per un unico momento il nostro desiderio più grande venisse esaudito?  Se acquisissimo il potere più ambito da noi per poter vivere la nostra vita ideale cosa succederebbe?


E’ il quesito che si pone l’autore Federico Toninelli, fautore del libro “La notte dei desideri” . Quattro ragazzi, Alex, Rebecca, Conte e Dante si trovano travolti da questa notte, in cui la loro terra sembra catapultata in un mondo nuovo. Alex di professione fa il pompiere, dopo esser rimasto paralizzato a causa di un incidente sul lavoro riacquista l’uso delle gambe; Dante ha un potere molto pericoloso; Conte diventa talmente empatico con le persone che non solo riesce a carpirne i “poteri” acquisiti ma anche a farli suoi, sarà proprio così che trasferirà a Rebecca un dono speciale; la ragazza ha un unico grande desiderio ovvero riabbracciare Tom, pompiere anche lui e morto proprio durante un servizio svolto insieme ad Alex.

Insomma in questo libro non manca la fantasia e la narrazione a strati. I personaggi vengono presentati come fili della trama di un tessuto, intrecciati all'interno del romanzo. Questo aspetto a mio parere è molto interessante, non ho mai amato le descrizioni dettagliate e spesso didascaliche dei vari protagonisti, è così bello scoprirli piano piano leggendo!

Il libro è leggero e frizzante ma allo stesso tempo cupo e in alcuni momenti anche (detto “volgarmente”) "splatter". Non ci sono grandissimi colpi di scena, non è un libro di pura azione, tuttavia fa riflettere e ci fa capire che l’uomo lasciato troppo libero, senza alcuna regola, non è sempre in grado di gestirsi; spesso prevale l’egoismo, il proprio desiderio, senza tenere conto dell’altro. Non tutti i personaggi sono negativi, alcuni di loro nonostante “La Notte dei desideri” li abbia aiutati non utilizzeranno questo privilegio esclusivamente a loro favore.

Il libro presenta anche dei piccoli punti in cui la narrazione si interrompe con descrizioni ambientali troppo lunghe, alcuni errori sfuggiti all’editing, ma che ad ogni modo non intaccano la discreta riuscita del racconto. Una nota un pochino dolente a parer mio è la conclusione del libro, l’autore infatti ha scelto un doppio finale, una soluzione che risulta rischiosa; la “seconda” fine è stata lasciata troppo in sospeso e risulta criptica.

Ad ogni modo Federico è stato così gentile da farsi intervistare, qui di seguito la mia intervista all’autore.


Domanda nr. 1:

Ciao Federico! Grazie per aver accettato il mio invito ad una breve intervista. Parlami un pochino di te... Cosa fai nella vita? Come sei arrivato a voler scrivere un libro?
Federico:
Grazie a te! All'epoca studiavo Astronomia, ma sono sempre stato incostante nello studio e perdendomi spesso a sognare ad occhi aperti ad un certo punto ho deciso di appuntarmi le idee che mi piacevano di più... E a furia di appuntarle, venivano fuori storie più o meno belle che mi divertivo a sviluppare. Lo facevo solo per me, nessuno le leggeva e nemmeno immaginavo sarebbero mai interessate a qualcuno.
Quando mi venne quest'idea sulla Notte, prese corpo da sola tra trame e personaggi: alla fine era troppo grande per tenerla nella testa e costruì lo scheletro della storia come fosse una sceneggiatura, decidendo di svilupparla come libro solo dietro consiglio di un'amica 

Domanda nr. 2:

Gli scrittori in generale sono degli ottimi osservatori e hanno il potere di far morire o vivere i personaggi a loro piacimento, soprattutto se sono ispirati a persone realmente esistite che non stanno loro propriamente simpatiche o che hanno fatto loro dei torti. E' successo anche nel tuo libro "La notte dei desideri"?
Federico:

Chiaramente ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale. Se così non fosse, si potrebbe pensare che i personaggi peggiori siano ispirati a persone che ho avuto il dispiacere di incontrare.
Sarebbe buffo, eh? Quasi realistico.
Quel che posso dire, senza che il mio avvocato immaginario mi faccia segno di no con la testa, è che molti commenti sull'improbabilità di comportamenti tanto antisociali siano sempre riferiti a fatti realmente accaduti (ma puramente casuali, ricordiamolo).

Domanda nr. 3:

La notte dei desideri, a mio parere,  è anche molto metaforico, l'uomo non è in grado di gestire il libero arbitrio e poteri immensi. Come diceva una famosa frase
"un grande potere comporta una grande responsabilità". Cosa ne pensi?
Federico:

Bisognerebbe prima decidere se esista o meno, il libero arbitrio.
Ad una prima lettura i desideri sembrano prendere il sopravvento sulla realtà dimostrando l'incapacità umana di gestire perfino la propria volontà, ma è anche vero che molti "poteri" sembrano nati da desideri improbabili, se non impossibili.
Perció, c'è davvero una responsabilità o è il nostro ego umano che ci fa credere l'ombelico del mondo anche davanti ai fatti più assurdi?

Domanda nr. 4

Farai un seguito del libro "La notte dei desideri"? Hai altri progetti in cantiere?
Federico:

Difficilmente la storia avrà un seguito, almeno per quanto riguarda la pubblicazione. Purtroppo ha molti difetti dettati dalla mia inesperienza e i pochi pregi che ci sono a livello di trama sono stati ben nascosti perchè fulcro narrativo dei libri successivi. Non è detto che un giorno decida nuovamente di mettere tutto nero su bianco, ma è più facile che un'altra storia mi distragga e decida di ricominciare da zero con una nuova idea. Non mi dispiacerebbe ambientarla nell'universo dell'inferno dantesco. Resta il fatto che continuo ad appuntarmi idee e a scrivere, solo per me o pochi altri.

Domanda nr. 5:

I desideri dei tuoi personaggi sono stati molto importanti, anche se alcuni discutibili. Quale sarebbe il tuo desiderio in una notte come quella del tuo libro?
Federico:
 Essendo "desideri" inconsci, probabilmente mi ritroverei a lavorare come sceneggiatore per un film di Wes Anderson. E non potrei desiderare nulla di meglio.
Grazie ancora per la fiducia dei miei lettori, degli autori e di Nativi Digitali Edizioni che mi dona molte opportunità di scrittura. 
Un saluto "desiderato" a tutti.
La vostra blogger,
Giulia








lunedì 17 aprile 2017

Nessuno come noi...Luca Bianchini-Mondadori

“Nessuno come noi” di Luca Bianchini
Edito da Mondadori

A cura di Giulia De Nuccio

Si pensa sempre che nessuno possa mai essere uguale all’altro, ognuno di noi ha le sue peculiarità e spesso ne è fiero, altre volte invece se ne vergogna.
Spesso vorremmo essere diversi perché ciò che siamo non ci soddisfa mai e non ci rendiamo conto che la perfezione non esiste. Che luogo sarebbe un mondo senza errori e senza esperienza? Mi verrebbe da dire finto...
Tutti noi ci ricordiamo di quando un tempo eravamo dei giovani adolescenti brufolosi, e ci rendiamo conto che alla fine non è cambiato nulla. Ci sentivamo invicibili, ma questa sicurezza poteva crollare da un momento all’altro come un vaso di cristallo, bellissimo alla vista, ma con un anima delicata all’interno. Desideravamo essere omologati, adatti al gruppo, accettati,  non volevamo essere diversi in fondo, ma non capivamo che sono proprio le “differenze” a renderci unici...

Nel mio eterno peregrinare in generale, mi sono imbattuta nuovamente in un autore che conoscevo e che ho sempre trovato eccentrico e geniale: Luca Bianchini.
Ho incontrato Luca ad un evento dedicato al suo libro precedente (Dimmi che credi al destino), ricordo che mi chiese cosa facevo nella vita e quando gli dissi che organizzavo eventi rimase sorpreso, quasi non ci credeva. Poi mi guardò per un attimo, mi osservò solo per pochi secondi e mi scrisse una dedica, che non scorderò mai perché molto particolare e sentita.
Dopo quell’incontro mi sono ripromessa di voler leggere altri scritti di Luca (famoso anche per il libro “Io che amo solo te”) così ho aspettato che pubblicasse un altro lavoro e ho trovato la sua ultima fatica, “Nessuno come noi” edito da Mondadori.

I protagonisti sono tre adolescenti, Cate, Spagna e Vince; un trio affiatato, diverso tra loro, ma con le stesse preoccupazioni e speranze. Il libro è ambientato a fine anni ottanta a Nichelino (nel torinese) cittadina di origine di Luca.
A questo trio un giorno si aggiunge Romeo, il ricco, il ragazzo "trandy", figlio di un noto professore universitario e di una classica borghese arricchita.
Ovviamente rompe gli equilibri del trio, nonostante quest’ultimo sia estremamente affiatato.
 Vince vorrebbe essere come Romeo, vestire alla moda come lui e abitare in collina nella grande casa del suo compagno di classe. Tuttavia è un ragazzo buono ed intelligente perciò riesce a vedere ciò che c’è di positivo nelle persone e  non entra mai in competizione con nessuno, inoltre è estremamente leale e sincero. Mi ci rivedo molto in questo personaggio, perché anche io sono sempre stata così nonostante la vita mi abbia spesso fatto ricredere.
Cate invece è la classica adolescente indecisa, piena di dubbi e che commette una miriade di errori  (soprattutto in campo sentimentale), ma per fortuna ci sono i suoi amici accanto a lei.
Spagna invece è la ragazza che si è schierata, la “dark lady”, si veste solo di nero e si pettina con una cresta stratosferica e fa la ribelle del gruppo, quella che non accetta il sistema.
Sono tre ragazzi così diversi eppure così uguali, con le stesse paure e le stesse fragilità e non sempre se ne rendono conto. Tutti loro ricercano l’amore e la felicità, ma si sa che per gli adolescenti niente e facile.

Questo libro mi ha riportato indietro nel tempo, quando non esistevano i social network, internet era una chimera irrangiungibile e per telefonare al ragazzo o alla ragazza della quale o del quale si era innamorti si doveva andare alla cabina telefonica e spendere 5.000 lire per comprare la tessera, oppure rompere il porcellino della paghetta per recuperare qualche spicciolo. Il telefono a casa era un lusso e le telefonate interurbane si pagavano profumatamente.
Era un mondo in cui i ragazzi per parlare si incontravano in piazzetta e prendevano il motorino o il pullman per andare a casa dell’altro a studiare o a fare finta di studiare.

Luca ha scritto un libro frizzante e nostalgico allo stesso tempo, dove i protagonisti vivono per la loro amicizia e parlano di lealtà e amore incondizionato. Si tradiscono e si riappacificano, si amano e si odiano e spesso non si rendono conto che sono proprio le loro differenze a farli rimanere uniti.
Ancora una volta l’autore ci fa entrare dentro al suo mondo, un luogo fatto di persone e sentimenti dove la vita è difficile, ma la speranza è l’ultima a morire. 
In “Io che amo solo te” ho apprezzato lo studio che Luca ha fatto, ha sottolineato sfumature di una terra meravigliosa come la Puglia. In “Nessuno come noi” ho apprezzato la genuinità dei personaggi e la loro testardaggine adolescenziale nel voler sperimentare a tutti i costi e nella ricerca del lieto fine.
Ammetto di aver provato un pochino di nostalgia con un pizzico di invidia per tre adolescenti che non si sono mai divisi davvero e che hanno fondato tutto il loro percorso sull’amicizia e sull’amore.

Insomma che dire ancora?

Un saluto “adolescenziale” a tutti!

La vostra blogger,

Giulia


mercoledì 29 marzo 2017

Amicizia, sport e... "La vita è un tiro da tre punti" di Marco Dolcinelli

Recensione “La vita è un tiro da tre punti”
di Marco Dolcinelli – Edito da Nativi Digitali Edizioni

A cura di Giulia De Nuccio

Penso spesso a quando ero piccola e sognavo di avere una compagnia di amici con cui condividere gioie, dolori e divertimenti, un mondo dove sentirmi qualcuno e avere un ruolo utile per una piccola comunità.

Tutto questo poi è successo solo in parte, ho avuto compagnie di amici ma mai di quelle che ci si porta dietro per anni. Credo di poter contare sulle dita le persone che sono state davvero sincere e forse solo una di queste è ancora in contatto con me dopo quasi vent’anni di conoscenza; magari perché abitiamo lontane o perché la maturità ci ha portate a vedere la vita in modo simile.

Tuttavia voglio davvero credere che l’amicizia, quella con la “A” maiuscola, esista ancora e che l’età e il tempo di conoscenza non contino poi così tanto, che valga solo l’onestà di questo bel sentimento.

Per fortuna un giorno, forse proprio grazie alla famosa ”filosofia orientale” che mi sta tanto a cuore, mi sono imbattuta in un libro di una casa editrice che ho scovato nel mio peregrenirare in rete ovvero Nativi digitali edizioni che ha pubblicato il libro “La vita è un tiro da tre punti” di Marco Dolcinelli.

Di questa casa editrice mi ha colpito la biografia, ovvero il coraggio che quattro anni fa ha spinto dei ragazzi a fondare una società buttandosi in un mercato difficile, un mercato che se affrontato con passione può portare davvero molte soddisfazioni. Così ho chiesto loro, presentandomi come blogger, dove potessi trovare una copia di questo libro. Sono stati così gentili da inviarmene una. Ovviamente ne sono stata molto onorata anche perché non avevo notato che il libro non era ancora uscito, spero quindi che questa recensione sia una sorta di “apri pista” o anteprima per chi ancora non lo ha letto.

La vita è un tiro da tre punti” è una storia semplice, diretta,  piena di passione per il basket, ma soprattutto di amicizia, quella che non passa e che resta nonostante il tempo e le incomprensioni. Tuttavia una parte predominante del libro è proprio dedicata ad uno degli sport, a mio parere più interessanti, ovvero il basket. I protagonisti maschi del libro si ritrovano ogni volta che possono presso il “campetto” della loro città. Questo luogo diventa un mondo dove le preoccupazioni, i litigi, i problemi con le ragazze, sono lontani e lì conta solo l’azione, giocare, divertirsi con un pizzico di competizione e spavalderia; in questo luogo non importa essere professionisti, è importante invece condividere momenti insieme. Ad ogni modo come in tutti i campetti la rivalità tra “faide cestistiche” purtroppo non manca mai. I nostri poveri ragazzi sono costretti perciò a fare i conti con “le bestie” (così li chiamano loro) ovvero promesse, a volte mancate, del basket professionistico. Inizia presto una gara per contendersi il prezioso campetto,  una competizione ad armi non proprio pari, ma pregna di passione e strategia per proteggere un luogo di amicizia e avventura.

Tutto questo ruota intorno anche alle vicende personali dei ragazzi fatte di amori traditi, a volte trovati ed il loro solito bar dove si riuniscono a parlare di basket e problemi di vita.

La scrittura di Marco è piacevole e ben curata, molto dettagliata nelle azioni cestistiche, si vede che il basket è davvero una sua passione e che probabilmente ha vissuto alcune situazioni descritte. E’ una storia frizzante e adatta soprattutto ad un target di ragazzi giovani, adolescenti che amano questo sport ma anche la scrittura e le storie in generale.

Molti di loro probabilmente si immedesimeranno nelle vite dei protagonisti che in fondo chiedono solo di essere felici e di divenire qualcuno nella vita.
Ci sono tante domande che vorrei fare all’autore, così mi sono permessa di chiedere alla casa editrice Naviti digitali edizioni di mettermi in contatto con l’autore e gentilmente loro hanno esaudito la mia richiesta.

Seguite la piccola intervista che sono riuscita a fare a Marco Dolcinelli autore del libro “La vita è un tiro da tre punti”, spero possa essere di vostro gradimento.

Domanda nr.1

Ciao Marco, innanzi tutto mi presento: sono Giulia blogger di Parole in scatola.
Il mio blog è nato circa due anni fa per passione, ma anche per professione. Cerco di dare sempre un taglio giornalistico ai miei articoli facendo però l’occhiolino ad una atmosfera familiare.
Il tuo libro è ”professionale” soprattutto quando parli di basket e molto familiare quando parli della vita dei ragazzi. Si sente la passione che hai per lo sport senza dimenticare il “giocatore”, ovvero la persona che vive quel gioco.
Com’è nata l’idea di questo libro? Qual era il messaggio che volevi comunicare tu scrittore?

L'idea del libro è nata, banalmente, giocando a basket con i miei amici. Vedevo che spesso oltre a noi c'erano anche ragazzi molto più bravi e competitivi di noi e questo contrasto mi ha colpito. Da lì ho iniziato a sviluppare l'idea di un racconto, di una rivalità e ho sviluppato le storie di tutti i ragazzi. Non c'è un messaggio preciso che volevo trasmettere, se non quello che si cresce sempre e ogni esperienza è utile, nello sport e nella vita. Mi interessava inoltre raccontare due mondi che conosco bene: quello degli appassionati di basket e quello della vita di provincia, spesso molto noiosa, nel Nord Italia (tutti i nomi sono inventati, ma in pratica ogni luogo descritto esiste sul serio e appartiene alla zona vicino Verona in cui sono cresciuto).  


Domanda nr. 2

Nel libro ci sono anche termini precisi come “solo cotone” che secondo i racconti del mio fidanzato (ha giocato a basket per molti anni e proprio sui campetti) è un’espressione che si usa solo se si ha giocato davvero sul cemento.
Presumo quindi tu abbia giocato a Basket come professionista o per passione, correggimi se sbaglio..

Solo per passione, in realtà. Sono sempre stato troppo scarso per ambire a qualcosa in più del dilettantismo. Ho giocato due anni in una squadra quando ero al liceo (ma ero ancorato alla panchina, in pratica) e poi tanto campetto con gli amici per divertimento. Ad ogni modo sono sempre stato un appassionato e, purtroppo o per fortuna, quando inizi ad amare il basket finisci quasi per parlare un'altra lingua. Ho cercato di tenere i tecnicismi e i termini particolari al minimo e spero che la lettura non sia ostica per nessuno. Ho avuto comunque la fortuna di lavorare nel basket, ma ovviamente non come giocatore. Sono stato per due anni nell'ufficio stampa della Scaligera Basket Verona, la squadra per cui faccio il tifo e che ho pure citato spesso nel libro. Diciamo che anche quel periodo mi ha ispirato molto.


Domanda nr. 3

Nel libro le ragazze non sempre fanno una bella figura, insomma sono un po’ gioie e dolori. Nella vita di un appassionato di sport, quanto conta avere accanto una persona che “sopporta” e “supporta” le partite domenicali e la passione per questo sport?

Avere al proprio fianco qualcuno che capisca, o quanto meno provi a capire, le tue passioni è fondamentale e questo vale per qualsiasi cosa e per entrambi i sessi. Per quanto riguarda lo sport, ammetto che con noi appassionati spesso ci vuole tanta pazienza perché tendiamo ad usarlo come riferimento per qualsiasi cosa, a volte a sproposito. L'importante, come sempre, è non esagerare e cercare un equilibrio. Poi dai, è vero che almeno due personaggi femminili non sono molto positivi, ma non è che quelli maschili facciano la figura dei geni!


Domanda nr. 4

Troveremo il seguito della storia con i protagonisti di “La vita è un tiro da tre punti”?

Ammetto di averci pensato, ma ora come ora è una storia conclusa. Ho concepito il libro come una serie di eventi straordinari e significativi e raccontare un "dopo" secondo me diluirebbe un po' tutto. Diciamo che dovrebbe venirmi proprio una bella idea per fare un seguito.


Domanda nr. 5

Qual è (o è stato) il tuo momento topico di vita, il tuo “tiro da tre” preferito?

Ho vissuto nove mesi in Serbia nel 2016 per un progetto SVE (Servizio di Volontariato Europeo) e questo è stato uno dei periodi migliori della mia vita. In senso metaforico è stato il mio "tiro da tre" preferito. Venivo da mesi un po' complicati e andarmene da casa, senza sapere cosa aspettarmi di preciso è stato un po' come quando provi una tripla sulla sirena in modo disperato. Mi è andata bene. Questa esperienza mi ha aiutato tantissimo a mettere in ordine un po' di cose. Anche riguardo a questo libro, visto che per la maggior parte è stato scritto proprio finché ero là. Tra l'altro in Serbia adorano il basket. Mi piace pensare che non sia una coincidenza.  

Che dire ancora? Un super grazie al simaptico Marco che si è prestato alla mia mini intervista.

Un saluto “sportivo” a tutti!

La vostra blogger,


Giulia

venerdì 17 marzo 2017

La vita e... "Il profumo del maestrale" di Alessandra Sala

“Il profumo del maestrale” di Alessandra Sala
Edizioni il Ciliegio

A cura di Giulia De Nuccio


Ci sono giorni in cui mi sento davvero fortunata, perché vivo in una città dove posso passeggiare, odiare l’odore penetrante dello smog, comprare un gelato e permettermi di gironzolare anche la sera. Non che io viva nel paradiso della pace e della giustizia, tuttavia lo considero un posto vivibile.

Ci sono persone invece che devono guardarsi le spalle continuamente, hanno un coprifuoco tacito, non possono girare nel centro della propria città perché troppo pericoloso, pur essendo cittadini comuni. Oppure altri costretti a vivere sotto un “regime coatto” sempre controllati e senza una vera libertà, non per aver commesso dei reati, bensì perché rischiano la vita dopo aver denunciato azioni criminali, oppure per essere stati testimoni inconsapevoli di eventi malavitosi.

Ho sempre ammirato il coraggio delle persone che scelgono di fare la cosa giusta anche a discapito della propria vita e di quella della propria famiglia. Bambini, uomini, famiglie, personaggi famosi o comuni mortali, quanta gente non ha più nessuno spiraglio di libertà? In quanti vivono nella paura che possano morire da un momento all’altro?

La vita è un passaggio importante per ognuno di noi, tutti aneliamo alla tanto fantomatica serenità...

Nel mio libero peregrinare in rete un giorno mi sono imbattuta in una casa editrice e così ho pensato di inviare una mail di presentazione. L’azienda ha seguito la classica procedura che si applica ai blogger (ovvero inviare solo le schede dei libri in uscita) per poi inserirmi (con mia piacevole sorpresa) nella lista dei blogger per recensire i loro autori.

Non me lo aspettavo, lo ammetto, tuttavia ringrazio Edizioni il Ciliegio per avermi proposto “Il profumo del maestrale” di Alessandra Sala.

Ho iniziato la lettura di questo libro volutamente all’oscuro di qualsiasi informazione sull’autrice e quasi senza leggere la trama, non volevo avere nessuna influenza sulla lettura. L’argomento, anzi gli argomenti trattati sono molto delicati ed intensi.

Pietro, il protagonista, è solo un ragazzino felice di aver finito la sua giornata scolastica, ma un giorno assiste a qualcosa che nessuno vorrebbe mai vedere. L’uccisione dei suoi genitori, da parte della malavita organizzata e proprio lì davanti a lui, segna la sua infanzia e cambierà per sempre la sua vita... La scena che l’autrice descrive è molto cinematografica e trasporta il lettore in un film o serie tv che parla di crimine, infatti Pietro si ritrova in un mondo ovattato dove tutto scorre velocemente, l’unica cosa che sente è il boato degli spari e una mano che lo solleva e lo porta via da quell’orrore. Dopo quel momento Pietro vivrà lontano dalla sua terra, dal mare che ama tanto e dal profumo di maestrale che lo accompagnava nelle giornate estive.

La scrittura di Alessandra è molto asciutta e precisa, non si perde in elucubrazioni lunghe, ma va dritta al punto, tuttavia nasconde la delicatezza che si rivolge ad un pubblico più sensibile ed attento come quello dei ragazzi. Sono le parole dei personaggi che portano il lettore a scoprire lo svolgimento della storia, i loro ricordi e racconti. E’ una narrazione per piani, lentamente il lettore viene catapultato in un mondo nero, ma non catastrofico. Dietro a questo racconto, a mio parere, si cela anche l’ottimismo per una società più giusta e serena, dove i figli non dovranno subire le scelte sbagliate dei genitori e morire in giovane età in nome del dio denaro.

E’ un libro dal taglio “giornalistico”, forse in alcuni punti leggermente didascalico, ma con una narrazione che porta chiunque scelga di leggerlo ad andare avanti perché in fondo si vuole sempre arrivare alla fine.

A volte la vita reale non è così soddisfacente e amorevole come un romanzo, ma il bello di leggere significa anche, a mio parere, intraprendere un viaggio diverso dove per una volta il finale lo scegliamo noi.

Che dire ancora? Ringrazio nuovamente “Edizioni il Ciliegio” per avermi accordato la loro fiducia e per avermi permesso di leggere un piccolo romanzo ben scritto ed ideato. Spero che questo testo possa essere introdotto nella classica lista dei libri da leggere di ambito scolastico, perché storie di questo genere possono insegnare molto alla nuova generazione.

Un saluto “speranzoso” a tutti!

La vostra blogger,

Giulia



lunedì 6 marzo 2017

Arte e tanto altro... "Il giorno più bello" "Io e te su Naboo" Mabel Morri

Arte e tanto altro... "Il giorno più bello" "Io e te su Naboo" 
di Mabel Morri

A cura di Giulia De Nuccio

Il mio approccio all’arte è stato tardivo, non perché non ne fossi mai attratta bensì perché in qualche modo avvicinarsi a tutto questo vuol dire aprire la propria mente ed il cuore davanti a qualcosa di infinito. 
Quando si è adolescenti l’arte la si trova noiosa, una zavorra che desideriamo solo scollarci di dosso, pensiamo solamente ai quadri degli antichi pittori, ai mosaici, alle chiese, insomma solo ad una minima parte della materia.

La verità è che ci vuole coraggio ed io non sempre ne ho avuto abbastanza, le cosiddette gabbie sociali hanno catturato anche me per molto tempo. Poi finalmente ho visto la "luce" e ho capito che il mondo artistico poteva far parte della mia vita. Perciò ho imparato a dare una possibilità ai libri, ma soprattutto ai fumetti che ho sempre considerato (sbagliando) materiale per eterni “peter pan nerd”.
Invece il mondo fumettistico racchiude un luogo pieno di colori, matite, immagini, storie e visioni. Inoltre, nonostante io non abbia una memoria formidabile, riesco a ricordarmi la forma dei disegni, la storia e i colori di fumetti che ho letto anni fa.

Mi sono imbattuta in uno dei lavori di Mabel Morri solamente tre anni fa, mi spiace non aver scoperto i suoi operati prima, ma forse le cose avvengono quando si è davvero pronti per accettarle.
Ho letto un fumetto che mi è rimasto nel cuore e nella mente, ovvero “Io e te su Naboo” (edito da Kappa Edizioni). Un libro totalmente in bianco e nero come la vita dei suoi personaggi. Cosa accade quando si perde una persona che si ama infinitamente? Quanto dolore ci travolge? Siamo davvero in grado di sopravvivere?
Io e te su Naboo” è un tuffo al cuore, un’emozione che ti spinge ad entrare nella storia e a viverla insieme ai suoi protagonisti. E’ un flusso di pensieri e riflessioni che portano ad un’unica conclusione: la vita bisogna viverla... Un vecchio detto della mia bisnonna diceva: “Chi muore tace e chi vive si dà pace...” credo avesse proprio ragione.

Ammetto di aver aspettato del tempo prima di rileggere “Io e te su Naboo” e di approcciarmi ad un altro lavoro di Mabel. Ho provato a rimediare cercando di recuperare alcuni suoi libri, ma è stato un tentativo vano, purtroppo.
Per fortuna la creatività di questa magnifica artista non si arresta mai e non solo ha prodotto un altro libro che ha fatto insieme a lei il giro degli Stati Uniti, ma è anche nella mia libreria in attesa di una sua bellissima dedica!

Sto parlando del libro “Il giorno più bello” edito da Rizzoli Lizard. Ho atteso questo fumetto per tanto tempo, l’ho cercato a Lucca per poi trovarlo nella mia fumetteria di fiducia. Non vedevo l’ora di leggerlo, assaporare l’odore della carta stampata e inebriarmi di altre storie profonde che Mabel sa raccontare.
Apro la prima pagina e riconosco un paesaggio che da piccola vedevo spesso: un ulivo, un muretto in pietra e la terra rossa... una campagna pugliese, proprio come quelle che mio nonno coltivava e dove io passavo ore ed ore a giocare. 
Vedo una Puglia immutata, con le signore anziane che parlano sedute di fronte alla porta di casa ed i ragazzini che giocano a pallone cercando di non rompere qualche finestra. Vecchie auto fuori commercio che sfrecciano nelle stradine di campagna e alcuni dialoghi in dialetto salentino mi trascinano ancora una volta dentro ad un mondo di ricordi ed emozioni...  

"Il giorno più bello"
Il giorno più bello” mi ha catapultato nei sentimenti di tre ragazze, tre persone diverse e uguali allo stesso tempo. Tre amiche affiatate che hanno vissuto tante stagioni condividendo gioie e dolori. E’ un libro ciclico, le stagioni passano e solo a ridosso del giorno più bello per una di loro le cose cambiano. Il matrimonio di Tina (una delle protagoniste) risveglia in Vanessa e Gio (le altre due amiche) sentimenti contrastanti, paura di rimanere sole ma anche desiderio di libertà assoluta.
La verità è che fa davvero paura rimanere da soli, non siamo predisposti all’idea di non avere qualcuno che ci accoglie al nostro ritorno, che sia un animale domestico o un compagno di vita; abbiamo bisogno di qualcuno che ci aspetta e ci ama, ma anche di un luogo chiamato casa.
Ho trovato questo libro estremamente cinematografico ed anche un piccolo manuale per chi vuole approcciarsi al fumetto.  Le inquadrature sono perfettamente studiate per essere dei piccoli fotogrammi di un film che racconta la vita. Una cosa pittoresca, ma anche tecnicamente molto interessante, è che a volte Mabel si permette di fare uscire i personaggi dalle gabbie, sembra quasi che siano in 3D e che ci vengano in contro. Assaporate il finale di questo libro, un piccolo scorcio di vita senza bisogno di tante parole.

Che dire ancora? Vi lascio una bellissima intervista (non per merito mio, ma suo) che Mabel mi ha concesso molto gentilmente, in attesa di incontrarla per un firma copie o per assaggiare un pasticciotto e farmi tornare ancora un pochino bambina.


Domanda nr. 1

“Il giorno più bello” arriva nelle fumetterie il 9 febbraio, qualche giorno prima di San Valentino, una scelta azzeccata direi visto il titolo. L’amore si dice faccia girare il mondo.
Dopo “Io e te su Naboo” e “Cinquecento milioni di stelle” che trattano temi molto profondi e più che mai di attualità sei passata ad un tema più leggero ma non meno attuale ed importante. L’amore, il matrimonio e la paura di rimanere soli. Com’è nato quest’ultimo progetto?

È un fumetto felice.
Volevo che trasparisse questo aspetto, che il lettore/lettrice lo finisse con il sorriso sulle labbra. Sapevo che volevo raccontare quel momento di passaggio - sottile, per molti impercettibile, spesso naturale e a volte doloroso, ma fisiologico -, dall'essere scanzonate a quello della costruzione di un rapporto, quando gli equilibri tra amiche vengono messi in crisi da un evento come il matrimonio, che, nella società di oggi, nei giovani che iniziano ad avere una propria indipendenza economica tra i 30 - 40 anni, si sta nuovamente trasformando in una decisione importante, definitiva, per cui la persona che si sposa è quella con cui si invecchierà. 
La storia nasce, come spesso mi accade, da un'immagine, o diverse evidentemente di una vacanza in Puglia e il desiderio di ambientarvi un fumetto; fin dall'inizio della stesura avevo in mente il contrasto che doveva esserci tra Vanessa e Gio, le differenze abissali delle due personalità, e di un personaggio come Tina che, con la sua scelta, determina la rottura e il ricomporre dell'equilibrio del gruppo. Poi ho costruito il resto della trama, aggiungendo, soppesando, creando situazioni e soluzioni per me nuove, anche graficamente, giocando con le prospettive e i tempi di lettura.
È anche un fumetto ricco di scelte, di ragionamenti, un esercizio di stile se vogliamo, partendo proprio dalla leggerezza che lo contraddistingue. E non è così scontata raccontare e saper usare la leggerezza.
È un fumetto che mi ha tolto tante paure.
Di fatto, ruoto tre personaggi, cosa che non avevo mai fatto perché ho sempre avuto una protagonista e poi dei comprimari da muovere. E poi Vanessa è un personaggio volutamente antipatico, altra cosa che non avevo mai fatto, o almeno non ho mai lasciato che un personaggio negativo finisse bene. Lopi in “Cinquecento milioni di stelle” per esempio finisce malissimo secondo me, e non ha soluzioni, non ha redenzioni: stronza è, stronza rimane. Vanessa invece si salva, cambia, almeno si fa perdonare.

Domanda nr. 2

Questo libro è colorato, in genere per ciò che ho potuto vedere le tue novelle grafiche sono in bianco e nero. Ho avuto l’impressione che i colori dessero una nota di allegria, in fondo si parla di un giorno bello, felice. Qual è stato il tuo “giorno più bello”?

Intanto, mi fa piacere che tu abbia sottolineato che sia a colori. Era la mia prima prova con il colore, scelta e aspetto sempre non scontato. Per me è stato un passo importantissimo, che mi ha fatto capire a che livello fossi arrivata.
Il mio giorno più bello è molto semplice e forse anche banale: è quando mi siedo alla scrivania e scrivo e disegno le mie storie a fumetti. Anche se è un mix di tante sensazioni.
Vedi, “Il giorno più bello” è anche un titolo mistificante: per me Mabel è quando creo, e, per esempio, dando il titolo al fumetto io non intendevo il matrimonio come “giorno più bello”, ma quando le ragazze vanno in spiaggia e si godono il sole, il bagno in mare, la spensieratezza e il lento scorrere del tempo come solo le giornate estive vacanziere sanno essere.
Ognuno ha il suo naturalmente, e il matrimonio lo è innegabilmente, ma è anche un bel trabocchetto. E oggi, il mio “giorno più bello” è anche quando persone che non hanno mai preso un fumetto in mano, leggono il mio e piace loro, sorprendendosi che un fumetto possa regalare emozioni. E in ultimo, come dicevo sopra, è un fumetto che mi ha portato tanto e anche tante certezze: oggi sto disegnando un fumetto in cui cerco di superare quel livello di cui sopra, sia come storia sia come disegni, e se non ci fosse stato questo “mio giorno più bello” non sarei mai arrivata a quello che sto realizzando adesso.
Domanda nr. 3

Hai fatto un tour negli Stati Uniti, visitando scuole, città e posti non sempre comuni alle classiche gite. Il tutto portandoti dietro il tuo ultimo lavoro. Vorresti esportare i tuoi progetti oltre oceano?

Be’, io la chiamerei vacanza più che tour, una gran bella e divertente vacanza, e infatti l’idea di fotografare il fumetto in contesti e luoghi più o meno turistici - o diversi - non è nuovissima e l’ha inventata sicuramente qualcuno di non mia conoscenza, ma è dal divertimento che è nato tutto: e questo aspetto faceto secondo me si sente in ogni foto scattata.
Sai, arrivare sul mercato estero sarebbe una bella occasione, e spero che prima o poi possa capitare. Che poi sia oltre oceano o anche solo in Francia sarebbe comunque molto bello.

"Io e te su Naboo"
Domanda nr. 4

Io personalmente ho amato moltissimo “Io e te su Naboo”, ma credo che si sia capito ampiamente J Ogni volta che che arrivo alla parte in cui Manu saluta per sempre Ico abbracciandolo e quest’ultimo le dice guardandola teneramente negli occhi “Io e te... su Naboo...” e poi svanisce nel nulla... piango come una fontana.
Invece tu, a quale dei tuoi lavori sei più legata?

Ne parlavo a cena con un’amica scrittrice (e qui mentre lo scrivo mi sento tipo come quelli intellettuali che se la credono, quelli che di solito si prendono in giro. Poi però ci si rende conto che il proprio ambiente è questo e alcune conoscenze e amicizie ne fanno ineluttabilmente parte, anche se io mi sento una qualunque che ogni giorno lotta per fare questo lavoro bellissimo e difficilissimo, in Italia; non mi sento “L’Artista” “che guarda dall’alto” ma una che va a cena con una cara amica che di lavoro scrive e con la quale parla di struttura, di composizione, di personaggi che prendono il sopravvento o che scegli di far morire perchéeee, perché).
Dunque, ne parlavo a cena con un’amica scrittrice.
Discutevamo sul fatto che ce n’è sempre uno che si ama di più, ma che non coincide quasi mai con il gusto del pubblico.
Però per me no: ogni storia è un piccolo tassello del mio cammino artistico, della crescita e dell’evoluzione del segno e dello stile. In ognuno c'è stata una sperimentazione che è proseguita nel successivo.
Sono legata a ognuno di essi, perché mi hanno insegnato a padroneggiare il mestiere, a “smussare gli angoli" e a renderlo sempre più professionale.
“Il giorno più bello” per esempio lo ritengo il vero spartiacque della mia carriera e al quale devo molto, per quella miriade di motivi di cui sopra.
Per dire: “Io e te su Naboo”, oggi, è un fumetto pieno di errori classici dell’opera prima: è acerbo, è pomposo nei testi, tende a spiegare qualunque sentimento e qualunque vignetta. È manchevole di struttura e di composizione, eppure è assolutamente naturale che pur non essendo perfetto - e forse proprio questi difetti ne fanno un’opera che difendo - è il fumetto che mi ha portato a “Cinquecento milioni di stelle”.
“CMDS” invece è arioso e volevo che lo fosse, volevo che “si respirasse” asciugando tantissimo i dialoghi, eliminando le didascalie, ma muovendo solo i personaggi, i gesti, gli sguardi, i luoghi e il disegno a sua volta è migliorato ancora rispetto all’incertezza del primo.
“Il giorno più bello” alza l’asticella, seppur leggero: tre protagoniste, struttura, composizione, uso di splash page ragionate e precise, quell’esercizio di stile di cui sopra, dimostrando a me stessa di saper gestire quasi venti tavole di dialogo tra Vanessa e Gio e portare il lettore dove volevo portarlo. Non è scontato, lo ripeto e lo sottolineerò sempre.
E “Il giorno più bello” infine, e a sua volta, mi ha portato a “Volevamo essere le Spice Girls”, che (respiro lungo e con un abbozzo di sorriso quasi soddisfatto, orgoglioso direi) mi sta rendendo felice, mi sta facendo soffrire, mi fa precipitare in sensazioni e mi blocca, mi fa ripartire e raggirare il problema - o dialogo che sia - e mi fa tornare sullo stesso… insomma, è un viaggio, ed è emozionante, provante, ma qualcosa di grande, qualcosa che ritengo molto grande nella mia carriera.
E li amo tutti, ecco.

Credo di non avere più parole per ringraziare Mabel per aver dato delle risposte esaustive e piene di quel sentimento artistico che deve esserci in chi decide di intraprendere questa bellissima e difficilissima strada.

Sbirciate anche il suo blog (non ve ne pentirete) vi lascio il link qui di seguito:

Un saluto “semplice” a tutti voi,
La vostra blogger,
Giulia