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sabato 12 agosto 2017

Non ti faccio niente - Paola Barbato - Piemme Edizioni

Recensione:
 “Non ti faccio niente” di Paola Barbato
Edito da Piemme Edizioni

A cura di Giulia De Nuccio


Non sono mai stata un’amante del macabro o dell’horror, nonostante io abbia letto molti libri che si avvicinavano a questo genere.
Ad ogni modo credo che ci sia qualcosa di attraente nei confronti dell’oscuro, tutti siamo portati ad entrare dentro le nostre paure più profonde anche se non lo vogliamo ammettere, se non altro per un senso di curiosità. Quante volte siamo stati assaliti da flash di immagini raccapriccianti dove magari abbiamo visto persone care morte o fatto sogni così realistici da spaventarci?

Le paure fanno parte di noi, sono dentro ogni essere vivente e si impara a conviverci nel momento in cui ci si rende conto di averle; alcune di esse si affievoliscono con l’età matura, altre maturano insieme a noi e ci accompagnano per il resto della nostra vita.

Quando sono andata a sentire Paola Barbato presso un evento organizzato dal “Fondo Sclavi” in occasione dell’uscita del suo libro “Non ti faccio niente” edito da Piemme Edizioni, non sapevo cosa aspettarmi esattamente, visto che avevo conosciuto Paola come sceneggiatrice di fumetti e non avevo ancora letto nulla di suo del mondo narrativo.
Poi l'ho sentita parlare, ho osservato i suoi gesti e messo a fuoco alcune caratteristiche del suo linguaggio. Quando ho letto “Non ti faccio niente” ho ritrovato qualcosa di lei e della sua professione di ideatrice di storie; Paola ci fa immergere in un mondo macabro pieno di insidie e nelle paure di un genitore, soprattutto quella di perdere un figlio o di non farlo crescere felice.

La storia è ambientata in due periodi storici dello scorso secolo, differenti e difficili per vari motivi. Si comincia negli anni ottanta quando un uomo all'apparenza buono e gentile rapisce dei bambini piccoli in tutta italia; li riporta alle loro case dopo alcune ore oppure giorni, indenni, puliti, ordinati e contenti. Sono tutti figli di genitori assenti, distratti o disgraziati. Ad ogni rapimento viene ritrovata una paperella gialla, piccola e divertente come una firma, un segno distintivo.
Dopo aver vissuto l’esperienza del distacco molti dei padri e delle madri dei bambini rapiti cominciano a cambiare atteggiamento nei loro confronti, sono più attenti e amorevoli.
Vincenzo, il rapitore buono, è convinto di fare del bene e di aiutare queste famiglie, vuole garantire così un futuro migliore ai ragazzini che altrimenti sarebbero stati probabilmente infelici tutta la vita.

Poi il racconto passa agli anni duemila dove i bambini sono cresciuti e alcuni divenuti genitori a loro volta. Un'ombra legata alla loro infanzia però sembra ricomparire, i rapimenti tornano, ma tuttavia qualcosa cambia perché questa volta i loro figli non hanno scampo, vengono uccisi, narcotizzati e abbandonati morti senza alcuna pietà. 
Al loro posto viene lasciata una paperella sul luogo del delitto, proprio come faceva il “rapitore buono”, così tutti si domandano se sia la stessa persona, se davvero quell’uomo biondo e magro, come lo descrivevano i rapiti, sia tornato uccidendo e vendicandosi per qualche motivo...

La scrittura di Paola tiene incollato il lettore alla pagina, anche quando si dilunga un po’ in realtà non si vede l’ora di arrivare alla conclusione per sapere cosa davvero succederà. I personaggi sono discretamente numerosi, ma molto ben gestiti, elemento non facile e da non sottovalutare.
Per tre quarti del libro tutto si compone piano piano come un puzzle, alla fine di ogni pagina una piccola frase anticipa cosa succederà nelle successive senza svelarne l’intero contenuto, insomma una struttura precisa e ragionata.  Una cosa che mi ha colpito molto è che la polizia ha un ruolo leggermente marginale nel libro, sono i cosiddetti civili che tentano di intervenire e risolvere la situazione. La polizia è di contorno e, pur arrivando alle conclusioni degli “investigatori improvvisati”,  interviene solo alla fine. E’ come se il messaggio fosse: “è la società che deve mutare totalmente, si deve mobilitare, altrimenti nulla potrà cambiare davvero”.

Tuttavia la narrazione si perde nelle ultime pagine dove Paola racconta ogni rapimento dal punto di vista dell’assassino, precisazioni e ricordi a mio parare superflui, poiché il lettore aveva già la situazione chiara.
Inoltre nel finale io ho intravisto tre situazioni differenti, una con la fine dell’incubo e la risoluzione del caso, una dove i protagonisti vivono un bel momento ed un’altra che sembra lasciata in sospeso ad interpretazione del lettore. In questo caso però a me è piaciuto molto quella che io definisco la prima situazione, quando riecheggia uno sparo nell'aria...
Vorrei aggiungere un'ultima nota, copertina e titolo sono veramente ben ideati, semplici ed efficaci.

Per finire come ho sentito in un’intervista doppia fatta a Paola e suo marito Matteo in cui si diceva: “Paola è brava ad inventare storie che sembrano reali”. Sono d’accordo e credo che leggerò altre sue storie.

Vi lascio una piccola intervista che mi sono permessa di fare a Paola, che è stata davvero molto carina e gentile.


Domanda nr. 1:
Lo scrittore quando decide di realizzare una storia mette sempre qualcosa di se e volente o nolente deve entrare all’interno delle parole che realizza nero su bianco. “Non ti faccio niente” è un progetto ragionato e preciso. E’ stato difficile entrare in un mondo così realisticamente pauroso?
Non ci sono effettivamente entrata perché non separo in maniera così netta il mio immaginario dalla mia vita reale. Nel romanzo ci sono moltissime paure che mi appartengono, ricordi, proiezioni, rivisitazioni di esperienze dirette. Vivo in una sorta di eterno brodo primordiale in cui tutto è mescolato e si compenetra.

Domanda nr. 2:
Come vedrai dalla mia recensione,  ho notato (sempre a parer mio)“vari” finali, l’ultimo in particolare mi ha colpito, l’ultima frase ovvero: “...usciva dal suo nascondiglio e si sistemava in una posizione favorevole...Avrebbe aspettato che la cerimonia si concludesse. Fosse solo per cortesia”
Posso chiederti se hai volutamente lasciato un pochino in sospeso questo periodo e se prelude ad un seguito di “Non ti faccio niente”?
Non prelude a nulla perché per me ogni romanzo chiude il proprio circolo vitale con l’ultima pagina, non intendo mai proseguire le storie concluse e nemmeno riutilizzare i personaggi, per quanto mi venga insistentemente chiesto. In questo caso specifico ho voluto lasciare a ogni singolo lettore la possibilità di decidere una conclusione definitiva. Solo qualche giorno fa mi ha scritto una ragazza dicendo: “Io voglio che vada tutto bene, che lei cambi idea e che vivano tutti felici e contenti.”, e così è, per quel che la riguarda.

Domanda nr. 3:
In molti ti chiedono dei tuoi progetti futuri nel mondo fumetto, (che apprezzo veramente tanto) io vorrei chiederti se ci sono altri romanzi in programma e se saranno sempre dei thriller o ti cimenterai in qualcosa di diverso.
Scrivo, sto scrivendo, non smetto mai di scrivere. In questo momento sto pubblicando in progress un romanzo su Wattpad e devo proporne un altro alla mia attuale casa editrice. Vada come vada per certo scriverò ancora e mi farò leggere ancora. I miei temi sono quelli, la tensione, lo studio dell’umanità, la reazione dell’essere umano in circostanze eccezionali, la paura e le mille maniere di affrontarla. Sono cose che mi incuriosiscono e di cui non sono mai sazia. Per questo ne scrivo.

Grazie ancora per l’opportunità.

Che dire ancora?

Un saluto “barbatoso” a tutti!

La vostra blogger,


Giulia